Selassie sul trono
Croce etiope

I-rie
Questo termine è ricavato dalla sintesi dell’espressione “way of life” (modo di vivere, via di vita) ed indica la specifica condizione spirituale del Rasta, che non concepisce più la fede in forme astratte, legalistiche e dogmatiche – come la distante osservanza di una dottrina o di regole comportamentali esteriori – ma come una maniera integrale di esistere, in cui le dottrine e le regole sono incorporate e incarnate in maniera viscerale nella sua stessa sostanza come una “nuova razza”. Riguardo ciò, il Re affermò:

“L’Etiopia e i suoi stati sorelle stanno adesso facendo esperienza del loro proprio rinascimento, ricreando dalla propria antica e gloriosa civilizzazione una nuova via di vita e speranza”.
(Important Utterances p. 484)

In quanto riflesso della presenza permanente di Dio nel mondo come Sovrano di un regno reale e fisico, il Rasta trascende le categorie della vecchia religione che associava la Divinità al lontano e oscuro cielo, e sente il Suo potere come un’energia vibrazionale che attraversa la materia, e la Sua verità come qualcosa di immediatamente ragionevole, visibile e tangibile. La Livity è dunque ciò che rende il corpo il tempio del proprio culto, e tutta la sua operazione come una liturgia eterna che scandisce le fasi di una continua Rivelazione Mistica.

La fede del Rasta è un modo di mangiare, di parlare, di cantare, di scrivere, di vestirsi, di socializzare, di amare, un’identità “etnica” completa che abbraccia tutti gli aspetti dell’esistenza e che non si relega, alla maniera dei culti occidentali, in un angolo della vita – come la parrocchia domenicale – né in una nicchia della coscienza – come una formula teologica o una nozione storica – ma che plasma tutta l’essenza della mentalità dell’uomo e l’accompagna in ogni tempo, ovunque egli vada e in qualunque condizione si trovi, persino la più mondana, impervia, critica o drammatica delle situazioni. In questa prospettiva, Il concetto di Livity emerge perfettamente dall’affermazione del Signore: 

“Io sono la Via, la Verità e la Vita”
(Giovanni 14,6)

Teologicamente parlando, questo sviluppo concettuale risponde al graduale riavvicinamento spirituale dell’uomo a Dio attraverso la storia, dopo la rottura della loro relazione con il peccato di Adamo. Tutta la rivelazione e il piano di salvezza disposto da Dio è finalizzato a restaurare quello stato paradisiaco che l’uomo ha smarrito, e in cui la sua vita spirituale, priva di istituzioni e regole dottrinali, era costituita dall’unità mistica con il Padre e dalla grazia naturale della sua Livity. L’incarnazione e la venuta del Figlio in Cristo rappresentano un evento fondamentale per ricolmare le distanze createsi e recuperare quella grazia originaria:

“Prima però che venisse la fede, noi eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. Così la legge è per noi come un pedagogo che ci ha condotto a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. Ma appena è giunta la fede, noi non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo.”
(Lettera ai Galati 3, 23-27)

E’ proprio in questo spirito che il Cristo Gesù intervenne nei confronti della Legge Mosaica e delle sue prescrizioni e istituzioni (il sacerdozio levitico), rinnovandole con un sistema più mistico, libero e vicino all’uomo (il sacerdozio di Melchisedek):  

“Or dunque, se la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la legge – che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchìsedek, e non invece alla maniera di Aronne? Infatti, mutato il sacerdozio, avviene necessariamente anche un mutamento della legge (…) la legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio.”
(Lettera agli Ebrei cap. 7)

Questo passaggio da Levitico e Livityco è allegorizzato dal miracolo di Cristo alle nozze di Cana (Giovanni cap. 2), quando cambiò l’acqua delle abluzioni giudaiche (religione) in vino (livity mistica), ed è completato dalla grazia fisica e regale data ora dal Re, che ci introduce allo stato spirituale profetizzato dall’Apostolo Giovanni:

“Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.”
(Apocalisse 21, 22-23)

E riguardo a ciò, il Re dichiarò:

“Così come il nome si applica agli edifici, così è il nostro cuore la chiesa in cui Dio dimora. Dopo che il nostro Creatore senza colpa fu inviato in questo mondo da Suo Padre, allora i cuori di tutti i credenti diventarono il Tempio di Dio”. 
(Intervista Hoffman)