Selassie da bambino
Creoce etiope

Nyabinghi

Nyabinghi è il canto rituale della tradizione RastafarI, eseguito con 3 tipi di tamburi (harps) e strumenti idiofoni (shakeshake), che i padri nelle Americhe hanno sviluppato dall’eredità musicale africana come evocazione spirituale della schiavitù e della sua redenzione, e adottato sin dalle origini del movimento nell’adorazione liturgica di Haile Selassie I.

Il Nyabinghi è strutturato in maniera simile al canto etiope corale della liturgia cristiana ortodossa, che prevede il solo utilizzo del tamburo (keberò) e del sistro (tzenatzel). Vi differisce però nella ritmica e nell’intenzione, dacché non si tratta soltanto di una preghiera spirituale – come in quel caso – ma di un esorcismo vibrazionale di liberazione fisica, che corrisponde al carisma mistico sviluppato dai Rasta nel tempo della Regalità di Cristo: è un cantico nuovo, secondo quanto era infatti scritto in profezia:

“Poi guardai ed ecco l’Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquarantaquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. Udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di arpa che si accompagnano nel canto con le loro arpe. Essi cantavano un cantico nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e ai vegliardi. E nessuno poteva comprendere quel cantico se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra.” (Apocalisse 14,1-3)

La parola Nyabinghi richiama il nome personale di una regina africana che resistette all’invasione coloniale e combatté i colonialisti, e si interpreta “morte all’oppressore, nero e bianco”. Tutto si sviluppa intorno ad un fuoco sacro, detto “Fyah-Key” (chiave di fuoco) che si accende secondo determinate regole e in seguito alla recitazione di specifici salmi. Quel fuoco rappresenta il giudizio di Haile Selassie in questo tempo, che viene evocato per la trasformazione fisica del mondo e la sua purificazione dall’iniquità.

I tre tamburi – il Tandah (“Gran Cassa” da suonare con una mazza, bassi), il Fundeh (medi), e il Kete (alti) – rappresentano il mistero della Trinità, riflesso anche nei tre piani sonori: la loro pelle circolare viene percossa e sferzata a memoria degli abusi patiti dal popolo in schiavitù, e allo stesso tempo vi si proietta il volto dell’oppressore, che viene colpito ripetutamente a invocazione della sua punizione.

La ritmica del Nyabinghi è scandita da un doppio colpo (do good) che riproduce il battito del cuore, come ritmica naturale e originale dell’uomo sin dallo stato embrionale. Profeticamente, questo è indicato dalla figura dell’Apostolo Giovanni, della tribù di Giuda, a cui Cristo ha rivelato la visione della Sua Seconda Venuta, che aveva l’abitudine di stare reclinato sul petto del Signore (Giovanni 13,23) ed ascoltarne il battito. Inoltre, parlando di questo mistero il Re ha dichiarato: 

“Dopo che il nostro Creatore senza colpa fu inviato in questo mondo da Suo Padre, allora i cuori di tutti i credenti sono diventati il Tempio di Dio.”
(Intervista Hoffman)

Le liriche dei canti tradizionali, che si intonano generalmente – salvo poche eccezioni – in armonia maggiore, sono tratte da passi biblici (specialmente dai Salmi), e molto semplici e dense. Vengono recitate ciclicamente come un mantra, generando ipnoticamente un sentimento di forza e gloria, e focalizzando la meditazione con ordine e intensità, per il perfezionamento di se stessi e quindi del mondo.

Le comunità Rastafari in tutto il mondo cantano i nyabinghi per celebrare date importanti della Rivelazione del Re (come la Nascita di Sua Maestà o la Sua incoronazione), o per onorare il Sabato. Sebbene questa sia una pratica universale nella fede Rastafari e comune a tutti gli ordini, il suo nome identifica anche un particolare ordine mistico, “Nyabinghi” appunto, che ne custodisce la disciplina e l’intenzione spirituale.